Bologna Underground

04.06.2026 - Webradio
bologna underground rmr radio

Frequenze sotterranee dagli anni Novanta a oggi

Come una città ha costruito uno degli ecosistemi culturali indipendenti più importanti d’Europa — e perché RMR Radio, web radio indipendente di Bologna, prova a raccoglierne il segnale.

C’è una Bologna che non compare nelle guide turistiche — non quella delle Due Torri, delle lauree in Piazza Maggiore, dei portici trasformati in sfondo per le campagne promozionali della città creativa. È un’altra Bologna, quella che si muove sotto la superficie. Una città fatta di spazi occupati, magazzini industriali, scantinati, tunnel ferroviari, cortili universitari, centri sociali, radio indipendenti, studi condivisi e luoghi che per anni sono esistiti quasi esclusivamente attraverso il passaparola. È in questa stratificazione che si inserisce anche RMR Radio — la web radio indipendente di Bologna che dalla Bolognina raccoglie e mette in relazione frequenze nuove e pregresse.

Una città che raramente ha avuto un centro preciso. Piuttosto una costellazione. Una rete di frequenze — alcune forti e riconoscibili, altre intermittenti, altre ancora quasi invisibili fino al momento in cui diventavano improvvisamente impossibili da ignorare.

Per oltre trent’anni questa Bologna ha prodotto uno degli ecosistemi culturali indipendenti più importanti d’Italia. Una storia che attraversa rave, punk, hip hop, hardcore, techno, writing, radio pirata, arte contemporanea, mediattivismo, occupazioni abitative e sperimentazione digitale. Una storia che non può essere raccontata attraverso un solo genere musicale, e nemmeno attraverso un solo luogo, perché Bologna non ha mai avuto una sola scena: ne ha avute molte, che si sono continuamente contaminate tra loro. Ed è probabilmente questa la sua caratteristica più preziosa.

Bologna underground: una città costruita sulle collisioni

Quando si prova a raccontare Bologna dall’esterno si commette spesso lo stesso errore. Si cerca un’identità unitaria, una definizione, un’etichetta. Ma Bologna ha sempre funzionato in modo diverso. Non è mai stata Berlino, non è mai stata Manchester, non è mai stata Detroit. Non ha mai costruito la propria identità attorno a un unico movimento culturale: ha costruito la propria forza proprio nella collisione tra mondi differenti.

Hip hop e punk. Arte contemporanea e rave. Università e occupazioni. Ricerca accademica e sottoculture. Hackers e musicisti. Sound system e centri sociali. Da queste collisioni è nato un ecosistema che per molti aspetti continua a influenzare la città.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare e intervistare il regista Nicola Donadio, autore del progetto documentaristico Bologna 90, che ha donato anima e cuore per cercare di mantenere viva la coscienza e l’identità degli anni Novanta bolognesi — anni che, come lui stesso ammette, non è riuscito a vivere direttamente, ma che grazie a un grande lavoro di ricerca è riuscito a ricostruire attraverso materiali d’archivio e interviste a chi quegli anni li ha vissuti da protagonista. Donadio descrive bene questa complessità:

“Esisteva una scena con delle sue peculiarità rispetto ad altre città italiane. Questo non significa che le esperienze bolognesi fossero un monolite.”

Ed è probabilmente la chiave di lettura più corretta. Bologna non è mai stata un monolite. È stata una molteplicità, una stratificazione continua. Una città che nel corso degli anni ha saputo generare luoghi molto diversi tra loro ma capaci di dialogare costantemente.

Perché raccontare questa storia oggi

Negli ultimi anni molti dei luoghi simbolo dell’underground bolognese sono stati chiusi, sgomberati o trasformati. Alcuni esistono soltanto nei racconti. Altri sopravvivono in fotografie scolorite, cassette VHS e flyer ormai introvabili. Altri ancora continuano a vivere attraverso le persone che li hanno attraversati.

È proprio questa sensazione che ha spinto Donadio ad avviare il progetto Bologna 90: “L’esigenza del racconto nasce proprio dalla sensazione che dal punto di vista politico tanto di quella storia stesse andando persa.” Ma il rischio non è solo politico, è anche archivistico — “Il rischio che cassette, manifesti e fotografie possano deperire è alto.”

Per anni l’underground bolognese ha prodotto una quantità enorme di materiale culturale: volantini, fanzine, registrazioni, manifesti, documentazione video. Materiale che spesso non è mai entrato negli archivi ufficiali della città, e che oggi rischia di scomparire definitivamente. Raccontare questa storia significa quindi fare qualcosa di più che celebrare il passato. Significa provare a capire come siamo arrivati qui.

Isola nel Kantiere, il laboratorio delle contaminazioni

Molto prima che Bologna diventasse un riferimento europeo per la cultura rave, esisteva già un luogo capace di anticipare molte delle trasformazioni che sarebbero arrivate negli anni successivi: l’Isola nel Kantiere.

Oggi viene citata meno spesso rispetto ad altri luoghi simbolici della città, eppure il suo ruolo è stato enorme. Nata dall’esperienza delle occupazioni abitative del quartiere Porto e attraversata dalla scena punk hardcore cittadina, l’Isola diventa rapidamente un punto di incontro tra mondi differenti. È qui che si sviluppano alcune delle connessioni che porteranno alla nascita dell’Isola Posse All Stars, uno dei momenti fondativi della storia dell’hip hop italiano.

Ma ridurre l’Isola al rap sarebbe un errore. La sua vera importanza risiede nella capacità di generare contaminazioni. Donadio lo sottolinea chiaramente: “L’Isola incarna a pieno questa capacità di trasformazione e contaminazione tra culture e sottoculture apparentemente agli antipodi.”

Punk, rap, arte, attivismo, occupazioni, autoproduzione. Tutto coesiste, tutto si influenza, tutto genera nuove possibilità. Oggi siamo abituati a playlist che mescolano generi diversi, ma negli anni Ottanta e Novanta quella contaminazione avveniva nei luoghi — tra le persone, nelle assemblee, nei cortili, nei concerti. Era una contaminazione fisica prima ancora che culturale.

Livello 57, quando Bologna diventò un laboratorio europeo

Se l’Isola rappresenta la scintilla, il Livello 57 rappresenta l’esplosione. Fondato nel 1993 sotto il Ponte di Stalingrado, il Livello diventa rapidamente uno dei luoghi più influenti dell’intera cultura underground italiana.

Definirlo semplicemente un centro sociale sarebbe limitante. Definirlo una venue sarebbe addirittura sbagliato. Livello 57 è un ecosistema, un acceleratore culturale, un laboratorio permanente. Al suo interno convivono rave culture, techno, hip hop, writing, cyberpunk, skateboarding, arte visiva, hacking, autoproduzione, riduzione del danno e sperimentazione digitale.

In pochi altri luoghi italiani esisteva una tale densità di contaminazioni. Mentre la maggior parte della nightlife europea continuava a distinguere nettamente club, centri culturali e spazi politici, il Livello riusciva a tenere insieme tutto. La musica era soltanto una parte del processo: il vero risultato era la costruzione di nuove forme di socialità, nuove modalità di stare insieme, nuove possibilità di immaginare la città.

Bologna diventa un sound system

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila emerge un fenomeno che ancora oggi occupa un posto speciale nella memoria collettiva cittadina: le Street Rave Parade.

Camion trasformati in sound system attraversano Bologna, migliaia di persone seguono il corteo. Techno, hardcore, breakbeat, drum & bass, jungle, hip hop. Per alcune ore la città cambia funzione: le strade smettono di essere semplicemente infrastrutture e diventano spazi di espressione collettiva. Il traffico si ferma, i percorsi si modificano, le gerarchie urbane vengono temporaneamente sospese.

Per molti partecipanti non si trattava semplicemente di una festa: era una forma di riappropriazione della città, una dichiarazione collettiva, una dimostrazione concreta che gli spazi urbani potevano essere vissuti in modi differenti rispetto a quelli imposti dalla normalità quotidiana. Per alcuni era caos, per altri libertà. Probabilmente era entrambe le cose.

Link, la connessione internazionale

Mentre Livello rappresentava il cuore pulsante delle contaminazioni urbane, un altro luogo stava costruendo una relazione completamente nuova tra Bologna e il resto d’Europa: il Link.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila Link diventa uno dei punti di riferimento assoluti per la musica elettronica italiana. Ma ciò che lo rende speciale non è soltanto la qualità della programmazione, è la sua visione. Link non importa semplicemente artisti — importa linguaggi, idee, possibilità. Techno, IDM, elettronica sperimentale, digital art, media art, bass music, installazioni audiovisive: tutto convive all’interno di uno stesso spazio.

Molti artisti che oggi occupano un posto centrale nella storia della musica elettronica europea passano da Bologna in anni in cui la città non era ancora considerata una capitale internazionale del clubbing. Link contribuisce a cambiare questa percezione. Per la prima volta Bologna non è più soltanto una città che riceve cultura: diventa una città che la produce.

L’inizio di una nuova fase

Alla fine degli anni Novanta però qualcosa cambia. Genova 2001 rappresenta una frattura profonda. Le grandi mobilitazioni globali si interrompono, la precarizzazione del lavoro accelera, la pressione sugli spazi indipendenti aumenta. I centri sociali iniziano a confrontarsi con una città profondamente diversa rispetto a quella che li aveva visti nascere.

Ed è qui che inizia la storia di Crash.

Crash, quando Bologna dovette reinventare l’underground

Se il Livello 57 racconta la Bologna degli anni Novanta e Link rappresenta la sua apertura internazionale, Crash racconta il momento in cui l’underground bolognese è costretto a ridefinire se stesso.

Per capire davvero cosa sia stato Crash bisogna dimenticare per un momento l’immagine classica del centro sociale. Bisogna immaginare una città che sta cambiando rapidamente — gli spazi diminuiscono, i costi aumentano, le forme tradizionali di aggregazione iniziano a mostrare i propri limiti. Una città che entra negli anni Duemila portandosi dietro le ferite di Genova 2001, la crisi dei movimenti globali e l’emergere di una nuova figura sociale: il precario metropolitano.

È in questo contesto che nasce Crash. Come raccontano direttamente i suoi attivisti:

“Le occupazioni del Laboratorio Crash! nascono tra il 2003 e il 2004 sull’onda lunga di una riflessione su potenza e limiti del movimento no global e la necessità di trovare nuove forme di lotta.”

Questa frase è fondamentale. Perché Crash non nasce semplicemente dalla necessità di avere uno spazio. Nasce dalla necessità di ripensare una funzione, di trovare nuovi strumenti per leggere una città che non è più quella degli anni Novanta, di immaginare nuove forme di organizzazione, di socialità, di conflitto. La lotta per lo spazio diventa immediatamente qualcosa di più grande: una battaglia per il diritto di esistere dentro una città che sta progressivamente riducendo gli spazi di autonomia.

Gli anni di Cofferati e la guerra degli spazi

Per comprendere l’impatto di Crash bisogna ricordare il clima politico di quegli anni. Nel 2004 Sergio Cofferati diventa sindaco di Bologna. Per una parte della città rappresenta la promessa di ordine e sicurezza, per molti movimenti sociali rappresenta invece l’inizio di una stagione di forte conflitto.

Crash ricorda quel periodo con parole molto nette: “L’arrivo del sindaco-sceriffo Cofferati a Bologna fa diventare la lotta per lo spazio una sfida di antagonismo sociale massificato.” Inizia una lunga sequenza di occupazioni, sgomberi, cortei, rioccupazioni e mobilitazioni. La questione non riguarda soltanto i centri sociali, riguarda il modello stesso di città che si sta costruendo.

Da una parte una Bologna sempre più orientata alla valorizzazione immobiliare e alla gestione securitaria dello spazio urbano. Dall’altra una galassia di soggetti che continuano a rivendicare la possibilità di costruire forme autonome di cultura e socialità. Crash diventa rapidamente uno dei simboli di questo conflitto.

Via della Cooperazione, la nascita di una città parallela

Nel marzo del 2009 arriva il passaggio decisivo: l’occupazione dell’enorme complesso industriale di via della Cooperazione. Ventiduemila metri quadrati. Una dimensione quasi impensabile oggi. Più che un edificio, una città dentro la città.

L’inaugurazione assume immediatamente un valore simbolico. Tra i primi eventi compare uno spettacolo di Stefano Benni dedicato ad Andrea Pazienza. Pochi giorni dopo arriva uno degli ultimi concerti di Freak Antoni. Due figure che raccontano perfettamente il DNA culturale di Bologna: ironia, controcultura, sperimentazione, libertà.

La coincidenza temporale è quasi perfetta. Due mesi dopo termina il mandato di Cofferati. Crash è ancora lì — occupato, vivo, attraversato. Per il collettivo è una vittoria. Per l’intero ecosistema underground cittadino rappresenta qualcosa di ancora più importante: la dimostrazione che è ancora possibile costruire grandi spazi collettivi.

Musica, politica e socialità: una sola cosa

Uno degli errori più frequenti quando si raccontano i centri sociali è separare artificialmente musica e politica, come se fossero due attività differenti, due mondi paralleli.

Crash respinge completamente questa lettura. Alla domanda sul rapporto tra musica, politica e aggregazione risponde: “Il rapporto tra musica, politica e socialità a Crash è sempre stato centrale, ma non come cose separate.”

Ed è probabilmente qui che si trova una delle chiavi più importanti per comprendere la scena bolognese. La musica non è semplicemente intrattenimento. È infrastruttura sociale, linguaggio, strumento di incontro, occasione di attraversamento. Crash continua:

“La musica è stata uno dei modi principali per far vivere lo spazio: non solo concerti o serate, ma un modo per far incontrare persone diverse, farle stare nello stesso posto e creare relazione.”

Questa idea attraversa tutta la storia dell’underground bolognese. Dal Livello a XM24, dal Link a Ex Centrale, la musica come tecnologia sociale — come dispositivo capace di generare comunità.

Jeff Mills al Crash

Tra le molte notti che hanno segnato la storia di via della Cooperazione, una emerge più delle altre. 16 gennaio 2010. Eclectronica. Jeff Mills.

Quando chiediamo a Crash quale momento rappresenti meglio l’energia di quegli anni, la risposta arriva immediata: “Era una di quelle notti in cui lo spazio si riempiva completamente e si percepiva in modo molto chiaro l’intreccio tra scena musicale internazionale, underground cittadino e dimensione sociale dello spazio.”

Jeff Mills non è soltanto un DJ, è uno dei padri fondatori della techno di Detroit, una figura centrale nella storia della musica elettronica mondiale. Ma il punto non è il nome. Il punto è che quella notte racconta perfettamente il ruolo che alcuni spazi bolognesi hanno avuto per oltre vent’anni: non semplici venue, non semplici club, ma punti di incontro tra culture differenti, luoghi capaci di mettere in comunicazione la scena locale con quella internazionale.

Gli Autechre, la ricerca e l’idea di cultura

Lo stesso vale per artisti come Autechre. Oggi vedere grandi nomi internazionali nelle programmazioni cittadine può sembrare normale, ma in quegli anni il loro passaggio attraverso spazi autogestiti racconta qualcosa di molto preciso. Racconta l’esistenza di una rete culturale credibile, costruita nel tempo attraverso relazioni, curatela, ricerca, visione.

L’underground bolognese non ha mai vissuto soltanto di spontaneità. Dietro molti di questi eventi esisteva una profonda competenza culturale, una conoscenza dettagliata delle scene musicali internazionali, una capacità di leggere i linguaggi emergenti prima che diventassero mainstream.

WHP, il ponte tra club culture e autogestione

In questa storia c’è un altro nome impossibile da ignorare: Warehouse Project Bologna. WHP. Per molti anni una delle esperienze più importanti della club culture cittadina.

La sua storia si intreccia profondamente con quella di Crash, e racconta forse meglio di qualunque altra realtà una caratteristica tipica di Bologna: la capacità di far convivere qualità artistica e dimensione collettiva, ricerca musicale e accessibilità, produzione culturale e socialità.

Molti promoter, DJ, artisti e organizzatori che oggi operano in città si sono formati dentro quell’ecosistema. WHP ha rappresentato per anni una vera scuola informale — un luogo dove imparare cosa significa costruire un evento, curare un impianto, pensare una line up, leggere una pista, immaginare una comunità temporanea. Per molti versi la sua eredità continua ancora oggi dentro numerose realtà indipendenti bolognesi.

L’autogestione come motore culturale

Quando si parla di underground spesso si tende a concentrarsi sugli artisti. Molto meno sulle strutture che rendono possibile la loro esistenza. Crash insiste molto su questo punto:

“I centri sociali in Italia hanno spesso avuto un ruolo fondamentale nella nascita delle scene musicali e culturali, più che seguirle: in molti casi le hanno proprio generate.”

È una riflessione importante perché sposta il focus. Le scene non nascono nel vuoto — nascono perché esistono luoghi, persone, relazioni, spazi accessibili, condizioni materiali. Nel caso di Bologna, gran parte di queste condizioni sono state prodotte proprio dai centri sociali.

Punk, ska, hip hop, drum & bass, dub, techno, noise, hardcore. Molti di questi linguaggi hanno trovato i propri primi spazi di espressione proprio dentro realtà autogestite. Non come scelta ideologica, ma per necessità: perché altrove semplicemente non esistevano le condizioni per farli esistere.

Bologna come ecosistema culturale indipendente

Alla domanda su cosa abbia reso Bologna diversa dalle altre città italiane, Crash risponde con una definizione che forse sintetizza l’intero articolo:

“Più che una singola scena compatta, Bologna è stata un ecosistema di esperienze che hanno convissuto e si sono influenzate a vicenda nel tempo.”

Ecosistema. Probabilmente è davvero la parola giusta. Perché Livello non esiste senza Isola, Crash non esiste senza Livello, XM24 non esiste senza la storia delle occupazioni, Ex Centrale non esiste senza Crash. RMR Radio stessa, oggi, non esisterebbe senza questa stratificazione di esperienze — ed è proprio dalla loro continuità che la web radio prova a costruire un proprio segnale. Ogni generazione eredita qualcosa dalla precedente, la modifica, la traduce, la reinventa. Ed è proprio questa continuità sotterranea che rende Bologna un caso unico.

XM24, TPO, Labas, Freakout, Ex Centrale: quando l’underground smette di avere un centro

Se gli anni Novanta sono stati il tempo delle esplosioni e i Duemila quello delle grandi convergenze, gli anni successivi raccontano una storia diversa. Più complessa, più frammentata, più difficile da leggere.

Molti dei grandi luoghi simbolo dell’underground bolognese iniziano a scomparire o trasformarsi. Non si tratta semplicemente di una questione immobiliare, non è soltanto una sequenza di sgomberi — è il cambiamento di un intero modello urbano. La Bologna che entra negli anni Dieci è una città diversa da quella che aveva visto nascere Livello 57, diversa da quella che aveva prodotto Isola nel Kantiere, diversa persino da quella che aveva reso possibile la stagione di Crash e del Link.

I costi aumentano, gli spazi diminuiscono, la pressione immobiliare cresce. Le logiche della città contemporanea iniziano a entrare sempre più profondamente dentro ogni aspetto della vita urbana. L’underground non sparisce, ma perde progressivamente i suoi grandi contenitori. E proprio per questo è costretto a reinventarsi.

XM24, molto più di un centro sociale

Tra tutti i luoghi che hanno segnato Bologna negli ultimi vent’anni, pochi hanno assunto un valore simbolico pari a XM24. Eppure definire XM24 un centro sociale significa raccontarne soltanto una piccola parte.

XM24 era un mercato, una palestra, una cucina popolare, un laboratorio, una sala concerti, uno spazio politico, un luogo di incontro. Un punto di riferimento per centinaia di persone che magari non avevano nulla in comune tra loro.

Se il Livello aveva rappresentato la collisione tra sottoculture negli anni Novanta, XM24 rappresentava qualcosa di diverso: una forma di ecosistema urbano permanente. Un luogo che non viveva soltanto di eventi, ma di presenza quotidiana. Era possibile passarci per ascoltare un concerto noise, partecipare a un’assemblea, mangiare, comprare prodotti al mercato, incontrare qualcuno, perdersi, ritrovarsi.

In una città sempre più orientata verso il consumo e la funzionalità, XM24 rappresentava una sorta di anomalia. Un luogo che non produceva profitto: produceva relazioni. Ed è probabilmente per questo che la sua chiusura viene ancora oggi ricordata come una delle ferite culturali più profonde della Bologna contemporanea. Per molte persone non si è trattato semplicemente della perdita di uno spazio. Si è trattato della perdita di un’infrastruttura sociale, di un luogo capace di tenere insieme mondi differenti.

La città dopo XM24

Quando XM24 viene sgomberato, molti osservatori interpretano quell’evento come la fine di un’epoca. In parte avevano ragione, perché effettivamente qualcosa si interrompe. Ma come spesso accade nella storia dell’underground bolognese, la fine di un ciclo coincide anche con l’inizio di un altro. Le energie non spariscono, si redistribuiscono — cambiano forma, trovano nuovi spazi, nuove strategie, nuovi linguaggi.

È una dinamica che Bologna conosce molto bene. La città perde continuamente luoghi, ma continua a produrre relazioni. Ed è forse questa la sua caratteristica più sorprendente.

TPO, arte, elettronica e sperimentazione

Se XM24 rappresentava la dimensione più comunitaria e trasversale dell’underground cittadino, il TPO ha incarnato una traiettoria differente. Fin dalla sua nascita ha costruito un rapporto molto forte con la sperimentazione artistica: musica elettronica, arte contemporanea, visual culture, performance, ricerca audiovisiva.

La sua forza non è mai stata soltanto nella programmazione, ma nella capacità di mettere in comunicazione linguaggi differenti. Molte delle pratiche oggi considerate normali nei festival contemporanei — la contaminazione tra arti visive e musica, le installazioni immersive, la ricerca audiovisiva — hanno trovato nel TPO uno dei loro principali laboratori cittadini.

Anche qui ritorna una costante della storia bolognese: l’idea che la cultura non debba essere compartimentata. Che un concerto possa convivere con una mostra. Che una performance possa dialogare con un DJ set. Che la ricerca artistica possa uscire dai luoghi istituzionali.

Labas, quando un’ex caserma diventò una città nella città

Se XM24 rappresentava un ecosistema diffuso e Crash il laboratorio del precariato metropolitano, Labas è stato probabilmente uno degli esperimenti più completi di riappropriazione urbana vissuti a Bologna negli anni Dieci.

Non nasce in Vicolo Bolognetti. Nasce nel novembre 2012 dentro l’Ex Caserma Masini di Via Orfeo 46, un complesso militare di circa 9.000 metri quadrati abbandonato da anni nel cuore della città. Lo spazio viene occupato da un gruppo di attivisti provenienti dall’esperienza del TPO nel pieno della crisi economica europea e delle mobilitazioni contro le politiche di austerità.

Il nome stesso racconta già molto della sua natura. Làbas significa Laboratorio d’Assalto — non un assalto inteso come gesto distruttivo, ma come tentativo di rompere lo stato delle cose esistente e immaginare nuove forme di convivenza, mutualismo e produzione culturale. Come raccontano gli stessi attivisti, Bologna in quegli anni era attraversata da una continua tensione attorno alla questione degli spazi: occupazioni, sgomberi, vertenze abitative e sperimentazioni sociali si susseguivano senza sosta.

La particolarità di Labas era però un’altra. Non si limitava a essere uno spazio per eventi. Nel giro di pochi anni l’ex caserma si trasforma in una vera e propria infrastruttura sociale. Nascono progetti abitativi legati al diritto alla casa, mercati contadini organizzati con Campi Aperti, un birrificio sociale chiamato Schiumarell, una biopizzeria, orti urbani, sportelli di supporto per persone in difficoltà abitativa, attività culturali, concerti, teatro e laboratori artistici.

È forse questo l’aspetto più interessante di Labas: non viene percepito soltanto come un centro sociale. Per molti abitanti del quartiere Santo Stefano diventa un luogo quotidiano. Un posto da attraversare, dove comprare prodotti agricoli, partecipare a un dibattito, ascoltare musica, incontrare persone. Molte testimonianze dell’epoca raccontano proprio questo rapporto inusuale tra lo spazio e il quartiere — una relazione che supera il tradizionale confine tra “centro sociale” e città.

Anche musicalmente Labas rappresenta bene l’evoluzione dell’underground bolognese. Se gli anni Novanta erano stati dominati dalla contaminazione tra rave, punk e hip hop, e i Duemila dalla grande stagione dei capannoni e dei centri sociali di massa, Labas diventa uno dei simboli di una nuova generazione — meno legata alle appartenenze rigide, più interessata alla contaminazione continua tra musica, attivismo, cultura e mutualismo. Concerti, serate elettroniche, presentazioni, teatro e iniziative sociali convivono nello stesso spazio senza una vera separazione.

Nel 2017 arriva lo sgombero dell’Ex Caserma Masini. L’8 agosto centinaia di persone tentano di difendere lo spazio, mentre il quartiere osserva la fine di una delle esperienze più significative della Bologna contemporanea. Ma come spesso accade nella storia dell’underground bolognese, la fine di uno spazio non coincide con la fine dell’esperienza: pochi mesi dopo oltre quindicimila persone partecipano a una manifestazione cittadina di sostegno, e da quella mobilitazione nascerà il percorso che porterà il collettivo a insediarsi negli spazi di Vicolo Bolognetti, dove l’esperienza continua ancora oggi in forme diverse ma mantenendo una parte importante della propria identità originaria.

Per questo, quando si parla di Labas dentro la storia dell’underground bolognese, bisogna ricordare soprattutto la Caserma Masini. Perché per quasi cinque anni quel luogo non è stato semplicemente un centro sociale. È stato uno dei più grandi tentativi di costruire una città alternativa dentro la città esistente.

Freakout, la resistenza del rumore

In una città spesso raccontata attraverso la techno e l’elettronica, esiste un altro filone fondamentale: quello del punk, dell’hardcore, del noise, dell’alternative. Ed è impossibile raccontarlo senza parlare del Freakout Club.

Per anni il Freakout ha rappresentato uno dei pochi luoghi in grado di mantenere viva una programmazione radicalmente indipendente, una linea curatoriale coerente, una forte identità. Mentre molti spazi cambiavano pelle, il Freakout continuava a ospitare band impossibili da collocare altrove — noise, garage, post punk, experimental, DIY culture. Artisti che raramente trovavano spazio nei circuiti tradizionali.

La sua importanza va oltre la musica, perché ha contribuito a mantenere vivo uno spirito: quell’idea secondo cui l’underground non debba necessariamente inseguire la crescita, la visibilità, la professionalizzazione. A volte basta continuare a esistere. Continuare a fare bene il proprio lavoro. Continuare a essere un punto di riferimento.

Quando gli spazi diventano sempre più piccoli

Osservando l’evoluzione della città emerge una trasformazione evidente. I grandi contenitori diventano sempre più rari. Le esperienze gigantesche come Livello 57 o Via della Cooperazione iniziano a scomparire. La scala cambia, si riduce. La città diventa più costosa, più controllata, più difficile da attraversare.

L’underground reagisce frammentandosi. Nascono micro-collettivi, listening sessions, radio indipendenti, spazi temporanei, format mobili, eventi pop-up, piccole comunità. L’epoca dei grandi contenitori lascia il posto a una costellazione di iniziative più diffuse — meno visibili, ma non necessariamente meno vitali.

Ex Centrale, la trasformazione di Crash

In questo scenario emerge uno dei passaggi più importanti della storia recente: quello che porta Crash da Via della Cooperazione a Ex Centrale.

Per comprendere l’importanza di questo passaggio bisogna partire dalle parole del collettivo: “L’ultimo sgombero di via dell’Arcoveggio ha segnato una fase di passaggio importante nel nostro percorso, più che una rottura improvvisa.” Una precisazione importante, perché spesso gli sgomberi vengono raccontati come finali, come punti di chiusura. Crash li interpreta invece come trasformazioni, come cambi di fase.

Dopo la chiusura di Via della Cooperazione e in un contesto cittadino profondamente mutato, il collettivo ottiene l’affidamento dello spazio che oggi conosciamo come Ex Centrale. È una situazione completamente diversa: non più ventiduemila metri quadrati, non più un gigantesco capannone industriale, non più la possibilità di organizzare eventi monumentali come quelli degli Autechre o delle grandi stagioni WHP. Ma proprio qui emerge la capacità di adattamento. Come raccontano loro stessi: “Abbiamo attraversato il cambiamento cittadino e quello degli spazi senza perdere la nostra identità.”

Ex Centrale rappresenta forse il simbolo perfetto della Bologna contemporanea. Una città che non può più permettersi le stesse forme del passato. Ma che continua a cercare nuovi modi per produrre cultura.

Esiste ancora un underground reale?

È probabilmente la domanda più importante di tutto questo articolo. Perché oggi il termine “underground” è ovunque — nei festival, nelle campagne marketing, nei brand, nelle strategie di comunicazione, persino nelle pubblicità. E allora cosa significa davvero essere underground nel 2026?

La risposta di Crash è una delle più lucide raccolte durante questa ricerca:

“Un underground reale continua a esistere, ma non coincide più con un’etichetta stabile o con un’estetica riconoscibile.”

Questa frase meriterebbe di essere incorniciata, perché sposta completamente il problema. L’underground non è un genere musicale. Non è un modo di vestirsi. Non è una grafica. Non è una playlist. È una pratica. Una modalità di produzione. Una forma di relazione.

Crash continua: “Esiste dove ci sono pratiche che restano ai margini delle logiche di mercato, dove la priorità non è la scalabilità o la visibilità, ma la costruzione di comunità, linguaggi e spazi.”

È forse la definizione più contemporanea possibile, perché riconosce una verità fondamentale: gran parte dell’immaginario underground è stato assorbito dal mercato. La techno, il rave, la street culture, persino l’estetica DIY — tutto può essere venduto, tutto può essere trasformato in prodotto. Ma ciò che non può essere facilmente commercializzato sono le relazioni, la costruzione di comunità, la capacità di generare spazi di incontro reali. Ed è probabilmente lì che continua a sopravvivere il cuore dell’underground.

La frequenza di Bologna

Alla fine dell’intervista abbiamo chiesto a Crash una cosa molto semplice: se Bologna fosse un suono, quale sarebbe? La risposta è sorprendentemente poetica.

“In questa fase storica descriveremmo Bologna attraverso la frequenza dei bassi e la cultura dei sound system. Un basso continuo un po’ sporco, che viene da sotto e non si interrompe mai del tutto.”

Forse è davvero l’immagine migliore per chiudere questo capitolo. Perché racconta perfettamente la città. Non una melodia, non un ritornello, non qualcosa di immediatamente riconoscibile — piuttosto una frequenza costante, sotterranea, che continua a muoversi anche quando sembra scomparsa. Una vibrazione che attraversa generazioni, spazi e linguaggi diversi. Una frequenza che, da oltre trent’anni, Bologna continua ostinatamente a produrre.

Dalle warehouse alle web radio: Bologna, l’Europa e le nuove frequenze

Se esiste una caratteristica che ha sempre distinto Bologna rispetto ad altre città italiane, è la sua capacità di guardare contemporaneamente in due direzioni. Da una parte verso il proprio territorio, dall’altra verso ciò che accade fuori dai confini nazionali.

L’underground bolognese non è mai stato una scena chiusa. Fin dagli anni Novanta, mentre nei centri sociali si organizzavano concerti hardcore, rave e jam hip hop, la città manteneva una connessione costante con ciò che accadeva nel resto d’Europa. Le culture elettroniche che attraversavano Berlino, Londra, Bristol, Rotterdam o Amsterdam arrivavano a Bologna con una velocità sorprendente per l’epoca.

Non esistevano piattaforme di streaming. Non esistevano social network. Le informazioni viaggiavano attraverso cassette registrate, vinili importati, fanzine, viaggi, amicizie e passaparola. Ma viaggiavano. E Bologna, più di molte altre città italiane, riusciva ad assorbirle. Per questo il Link riuscì a diventare uno dei riferimenti europei dell’elettronica sperimentale. Per questo il Livello 57 ospitava artisti e sound system che stavano ridefinendo la cultura rave continentale. Per questo intere generazioni di produttori, DJ, promoter e organizzatori iniziarono a considerare Bologna come un nodo di una rete molto più ampia. Non una provincia. Una connessione.

Quando il clubbing era ancora una ricerca

Negli anni Duemila questa tensione internazionale non si interrompe, cambia forma. Se i Novanta erano stati il tempo dei centri sociali e dei rave, la decade successiva vede emergere una nuova attenzione verso la club culture europea. Mentre in molte città italiane il clubbing inizia lentamente a trasformarsi in intrattenimento, Bologna continua a produrre spazi in cui la ricerca musicale rimane centrale.

Non si tratta semplicemente di ballare. Si tratta di ascoltare, scoprire, studiare. Molti degli artisti che oggi popolano le line-up dei grandi festival europei passano da Bologna quando ancora sono nomi conosciuti solo da una piccola comunità di appassionati. L’elettronica sperimentale, la techno più avanzata, il dubstep delle origini, la bass music inglese, l’IDM, la cultura soundsystem — tutte queste correnti trovano nella città un terreno fertile. Non perché esista un unico spazio, ma perché esiste un ecosistema.

WHP e la generazione delle warehouse

Dentro questa storia si inserisce anche l’esperienza di WHP. Per molti anni ha rappresentato uno dei tentativi più significativi di costruire una connessione diretta tra Bologna e la club culture internazionale contemporanea.

Le warehouse, i capannoni industriali, gli spazi recuperati temporaneamente, la ricerca sonora e la volontà di portare in città artisti provenienti dalle scene più avanzate d’Europa hanno contribuito a formare una nuova generazione di ascoltatori. Una generazione cresciuta tra techno, dub techno, bass music, dubstep, jungle, ambient, elettronica sperimentale e culture ibride difficili da classificare.

Anche qui ritorna una costante tipicamente bolognese: l’idea che il luogo sia parte dell’esperienza, che la musica non sia soltanto un contenuto ma un contesto, una relazione, un attraversamento collettivo dello spazio. Molte delle persone che oggi continuano a costruire progetti culturali indipendenti in città si sono incontrate proprio all’interno di quelle esperienze. Non necessariamente come organizzatori — spesso semplicemente come frequentatori, volontari, artisti, ascoltatori. Persone che hanno condiviso lo stesso percorso.

Le radio indipendenti e il ritorno dell’ascolto

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. I grandi club sono diventati sempre più costosi, le piattaforme digitali hanno trasformato il modo in cui scopriamo la musica, gli algoritmi hanno iniziato a sostituire le comunità. Eppure, proprio mentre tutto sembrava spingere verso una fruizione sempre più individuale, sono tornate a emergere nuove forme di ascolto collettivo. Tra queste, la web radio e le radio indipendenti.

Non è un caso. Perché la radio rappresenta esattamente l’opposto della logica algoritmica. Non ti propone ciò che probabilmente ti piace — ti espone a qualcosa che non stavi cercando. Ti costringe a uscire dalla tua bolla. Ti porta altrove.

Bologna ha sempre avuto un rapporto speciale con la radio. Da esperienze storiche come Radio Alice fino a realtà contemporanee come Radio Città Fujiko, il mezzo radiofonico ha continuato a rappresentare uno strumento di connessione tra cultura, territorio e comunità. Oggi questa eredità continua anche attraverso nuove piattaforme digitali — web radio, broadcast indipendenti, programmi realizzati da artisti e collettivi. Forme nuove che mantengono però una funzione antica: creare connessioni.

La nuova scena indipendente di Bologna

Forse la differenza principale rispetto agli anni Novanta è che oggi non esiste più un unico centro riconoscibile. Non esiste più il luogo simbolico attorno a cui ruota tutto il resto. Le frequenze si sono moltiplicate, sono diventate più piccole, più distribuite, più difficili da mappare.

Ma continuano a esistere. Nelle listening session, nei piccoli club, nei sound system, nelle etichette indipendenti, nei collettivi, nelle radio, nei progetti che scelgono ancora di investire tempo ed energie nella costruzione di comunità invece che nella semplice produzione di contenuti. L’underground contemporaneo è probabilmente questo — non un movimento unitario, ma una costellazione.

RMR Radio: raccogliere il segnale

Dentro questa storia si colloca anche l’esperienza di RMR Radio — la web radio indipendente di Bologna che da Bolognina prova a tradurre questa eredità in una pratica contemporanea. Non come punto di arrivo, e nemmeno come erede designata di qualcosa. Piuttosto come una delle tante frequenze che oggi attraversano la città.

RMR Radio nasce dall’incontro di percorsi differenti. Da una costola di persone che hanno fondato e vissuto WHP. Dal ritrovarsi a contatto con persone appartenenti a realtà come Crash ed Ex Centrale. Dalla collaborazione con il collettivo Prêda e con altre esperienze che continuano a immaginare la cultura come uno spazio condiviso e non come un prodotto. Per chi vuole approfondire la visione del progetto, About di RMR Radio.

In un momento storico in cui gran parte della musica viene consumata attraverso piattaforme progettate per massimizzare attenzione e permanenza, RMR Radio prova a fare qualcosa di diverso. Ascoltare. Raccogliere. Mettere in relazione. Non nasce per essere una radio vetrina, non nasce per inseguire trend, non nasce per trasformare l’underground in un’estetica. L’idea è piuttosto quella di continuare una pratica che Bologna conosce molto bene: creare spazi in cui persone, suoni, città e percorsi differenti possano entrare in contatto.

Che si tratti di un mix registrato da un artista di Bogotá, di una playlist costruita da un’etichetta di Bristol, di una diretta dalla Bolognina o di una conversazione nata attorno ad un giradischi — il principio rimane lo stesso: mettere in circolo frequenze. Tutto questo lo trovi nell’archivio di RMR Radio e nella programmazione a cura degli artisti resident.

Il segnale continua

Raccontare la Bologna underground dagli anni Novanta a oggi significa inevitabilmente confrontarsi con una domanda: cosa resta?

Restano i luoghi? Non sempre. Molti non esistono più. Restano le organizzazioni? Nemmeno: alcune si sono trasformate, altre sono scomparse, altre ancora sono diventate qualcosa di completamente diverso. Forse ciò che resta davvero è il metodo. L’idea che sia ancora possibile costruire cultura fuori dai percorsi più semplici. Che la musica possa essere uno strumento di aggregazione e non soltanto un contenuto. Che uno spazio possa essere qualcosa di più di una venue. Che una web radio possa essere qualcosa di più di una playlist. Che una città possa ancora produrre linguaggi autonomi.

Dal Kantiere al Livello 57. Dal Link a Crash. Da XM24 a Labas. Da Ex Centrale ai nuovi collettivi bolognesi. La geografia cambia, i nomi cambiano, le generazioni cambiano. Ma sotto la superficie continua a muoversi la stessa frequenza. Un basso costante, irregolare, difficile da catturare. Che ogni tanto riaffiora. E ricorda che Bologna, nonostante tutto, non ha mai smesso di trasmettere — e che RMR Radio, oggi, prova semplicemente a stare nel segnale.

Credits: RMR Radio ringrazia di cuore tutti coloro che gli hanno permesso di raccogliere testimonianze e informazioni indispensabili per dare origine a questo articolo. Un ringraziamento particolare va a Nicola Donadio (Bologna 90), Laboratorio Crash e Ex Centrale.  

 

 

RMR Radio — Radio Magnetic Resonance, la web radio indipendente di Bologna — quartiere Bolognina

www.rmrlive.com

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